#3 – Francesco

Mi ricordo ancora la prima volta che lo incontrai. Era inverno e io varcavo per la prima volta la soglia del suo regno.
Francesco era lì ad aspettarmi, corrucciato su un divano, illuminato solo da una lieve luce. Era nei camerini, attorniato da oggetti vintage e persone che aspettavano una sua risposta. La luce calda lo faceva sembrare quasi abbronzato. A dicembre, a Roma.
Arrivo subito, mi disse.
Gli occhi nerissimi mi sorrisero. Ero arrivata a La Bottega degli ArtistiDSC_4327-2Di quell’incontro ricordo poco e niente, solo la sensazione netta di essere stata inglobata in qualcosa di grande. Mi sentivo una paillette caduta sul palcoscenico vuoto di un teatro abitato da occhi attenti.
Sa di calore e risate amare, Francesco.
Quando sono andata via da Roma, un pezzetto di anima è rimasta lì, seduta su una delle poltroncine della bottega, tra cantanti e piume di ventagli, tra sbuffi di burlesque e la consapevolezza che lo scorcio di vita visto là dentro sarebbe stato il mio mondo dei sogni.

Sono tornata a Roma tre anni dopo essermi trasferita. Con le spalle più larghe e un sorriso in più tra i tanti. Diversa. Ero di nuovo lì, ero tornata nel luogo in cui la diversità è un pregio: gli occhi di Francesco.
“Scrivevo male, suonavo male, dipingevo male ma nel cinema c’era qualcosa che funzionava bene“.
E’ da lì che comincia, volando tra le inquadrature e saltando tra i quadri in movimento.
Un laureato in legge che si ritrova a fare cinema, a vincere premi e insegnare a chi già sapeva cominciando i suoi discorsi con “Io odio il cinema”. E in realtà odia anche insegnare. Lui da consigli, sta tutto lì.

Francesco da lo stesso sollievo di un maglione caldo sulle spalle quando il freddo penetra nelle ossa. E’ un balsamo per le insicurezze. E’ uno sguardo che sorride tormentato.
Lui e la sua Bottega. Un’amore sanguinolento.
Inciampa nel burlesque, per caso. Inciampa in quello che diventerà una sfida quasi personale: l’interpretazione di un teatro che nell’apparenza ha i suo biglietto da visita.

La bottega e Francesco sono due entità inscindibili adesso.
Due realtà separate, all’inizio.
“Un po’ come l’impiegato che nel weekend si da agli hobby. Ecco, io ero impiegato della bottega e il mio hobby era il cinema”.
Francesco è limpido quando parla, riesci a toccargli quasi i pensieri. Non ci sono filtri, non ci sono muri. Non ci sono blocchi a tenerlo lontano. Ti ingloba pur non sfiorandoti.

E’ difficile. Spiegare l’impatto che hanno le sue parole su chi sta progettando la vita è quasi impossibile. E’ semplice, lineare. Pragmatico.
Senti quella mano, a tratti bollente, che ti guida, gradino dopo gradino, su quella scala che è stata la Bottega. Hai i brividi mentre guardi le sue parole prendere forma.
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Il cinema non mi piace. Mi annoio. E’ solo una mia esigenza per dare sfogo ad un’anima che accumula. Ne ho bisogno.
E’ un enigma, sotto quella maglietta bianca c’è un enigma quasi impossibile da risolvere. E’ così aperto quando ti racconta pezzi della sua vita che non riesci ad afferrarlo. Rimane corazzato, li vedi quegli occhi che a volte si soffermano incastrati in qualche pensiero.
Eppure è un attimo, un attimo soltanto.
Poi ritorna a parlare di se, come se quella bolla si rompesse.
Non mi conosci se non hai visto qualcosa si mio, dice. Un po’ come chi, incapace di darsi a qualcuno, da qualcosa a tutti a condizione che si sappia guardare davvero.

Sorrido piano mentre definisce il suo cinema degli inizi. Sceglie tre aggettivi: estetico, comodo e paraculo.
Non sembra neanche parlare più di se.
Quante volte si cambia pelle in una vita?
Quante volte guardandoci allo specchio non vediamo più quello che siamo stati? Eppure ci riconosciamo sempre.
Il suo cinema è cambiato, il suo modo di raccontare è diverso. Ha sperimentato ed è atterrato qui, nella parte bella della sofferenza, quella che rimane nascosta dietro le impalcature dell’apparenza. Quella che ti colpisce senza preavviso: l’acqua ghiacciata di una doccia appena aperta.
Racconta l’inetto, l’inetto e l’antipatico.
Come me, aggiunge.

Potrei dire di essere selettivo ma non sarebbe vero.

Sfiora il pianoforte esattamente come si sfiora un amante segreto.
Con la stessa rabbia e la stessa malinconia di qualcuno che sai che non può appartenerti davvero. Si separano ad un certo punto, per ritrovarsi anni dopo dentro il cuore della bottega: la prima cosa che ha comprato per quelle mura è stato un pianoforte..

La bottega è il suo posto, gli appartiene come i polmoni e il fegato.
Si crea un legame viscerale tra te e quei luoghi che ti spaccano le ossa. Fareste mai entrare estranei tra le vostre costole? E’ quello che succede qui.
Tra un muscolo e una vena, entra il pubblico per vedere la magia della Bottega. Una violenza, una tortura. Si impossessano dei tuoi spazi, delle tue cose. Si siedono sulle tue poltrone, prendono i tuoi tesori. E se poi qualcuno si comporta male?
Se qualcuno non ha rispetto per la tua pelle? Ti si ferma il respiro, rimani sospeso. Rimani in bilico tra il fallimento e l’apnea. Quando nel tuo sogno qualcosa va storto e non puoi svegliarti diventa un incubo. Un incubo che si ferma sul petto, non hai come muoverti. Puoi solo aspettare che passi.

Un tormento. Odio e amore che lo ingloba e lo respinge.
Francesco è dissacrante, è la vita che non ti aspetti.  E’ la risata secca in un momento di silenzio puro. E’ il ragazzino che a dodici anni va a scuola in giacca e cravatta ascoltando Debussy.  E’ l’adulto che ha paura dell’aridità.

E’ ilare come la paura dell’aridità appartenga a chi, dell’arte, ha fatto la sua vita.
L’arte nel senso più puro, quella che può nascere solo da chi si lascia annegare nelle sensazioni. Come si fa a sentirsi aridi regalando emozioni agli altri?
E’ strano. E’ un controsenso.
Un controsenso che, a 300km da Francesco, vivo io. Con un computer sulle gambe e la paura di sentirmi prosciugare da un momento all’altro.
Con la paura che il distacco tra il vivere e il far vivere sia troppo grande per essere superato. Con la consapevolezza, però, che degli occhi neri e vibranti di Francesco ho fatto un promemoria: Francesco è struttura e io non voglio cedere.

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