#GranelliBoard · Mi devo chiedere scusa

Avete presente quel momento in cui, davanti ad una discesa, arriva il presentimento che sia davvero troppo ripida per essere affrontata?
In punta di piedi, respirando meno possibile, convinti che il Butterfly Effect vi grazierà.
Per quanto pensate che i vostri polmoni possano resistere?
É questione di attimi: il cuore pompa troppo velocemente, le lacrime spingono tra le ciglia per disegnare finalmente le guance, le urla si aggrappano alla gola troppo impaurite per farsi sentire e i pensieri, i pensieri, si ammassano uno sull’altro seguendo uno scomposto ordine mentale.
É una mente senza ossigeno quella che prova a a risolvere problemi che non sa vedere. In apnea. Ê quello il momento prima di cadere.
E poi cadi.

Si cade sempre, inutile opporre resistenza.
Senti le gambe cedere, stai andando troppo veloce. Le ginocchia sbattono dure a terra. Un rumore secco. Senti la pelle lacerarsi e i tagli bruciare. Non c’è più fiato, non puoi piangere, non sai urlare.
A chi si chiede aiuto quando non puoi parlare?
Quando nessuna mano è tesa verso di te, prendi la tua.
Chi sa abbracciarti meglio di chi conosce ogni muscolo, ogni osso, ogni fibra del tuo corpo.
E’ difficile rialzarsi quando non sai davvero se la tua anima sa più come si fa. Eppure scopri, passo dopo passo, livido dopo livido, che puoi farlo. Puoi fare finta fino a quando quella patina di finzione si dirada e sei di nuovo in piedi.
Forse è auto convincimento, forse scopri che da qualche parte tra graffi e delusioni un morso di te ha opposto resistenza. E ce l’ha fatta davvero.

A fine 2017, alle prime luci del 2018 ho capito che dovevo chiedermi scusa.
Sotto la luce filtrata dagli alberi, avvolta da quel torpore di una città che non ha ancora smesso di festeggiare, ho capito che avevo portato a termine un anno totalmente rotto, un anno che è imploso mese dopo mese, un anno che da quella ripida discesa non si è mai ripreso. Lo avevo fatto con la forza delle mie braccia e non ci ho fatto caso.
A non fermarti mai perdi pezzi. E io mi ero persa il pezzo più importante: me.

Hai mai visto il cielo appena finisce di piangere?
Hai mai assaggiato l’aria appena la nebbia va via?
Sa di sopravvivenza.
Eh si, a questo 2017 sono sopravvissuta.
In una mano la borsa e nell’altra un groviglio di idee così fitto da non poterlo districare. Una testa affamata di nuovi progetti.
Tutto non è abbastanza per chi sa che fermarsi equivale a perdere.
Una vita che, per quanto disconnessa, ha trovato il suo modo di andare avanti tra corse e affanni, tra nervi e lacrime di vittoria.
Questo 2017 è stata la corsa più brutta e bella che tu abbia mai corso. E hai vinto.
Hai vinto, Cla.

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